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Senti chi parla. Intercettazioni tra diritto e informazione
La sottile, sottilissima, linea tra diritto di sapere e dovere di non esondare nelle vite degli altri. L’estrema violenza con cui stralci di intercettazioni telefoniche vengono pubblicati sui quotidiani. Il tremendo gioco al massacro a cui, giornalmente, tutti partecipano diventando giudici e carnefici. Di questi torbidi ed assurdi meccanismi, tipici di un’Italia spiona ed affamata di gossip, hanno parlato domenica 18 settembre Vito Fanizzi, GIP presso il Tribunale di Bari, Michele Laforgia, avvocato penalista, ed i giornalisti Vito Giannulo e Roberto Rotunno, quest’ultimo in veste di moderatore.
Di fronte ad una Piazza Sturzo attenta e gremita, le quattro voci del dibattito si sono soffermate sull’analisi del contesto culturale italiano nel quale la riforma delle intercettazioni, tuttora al vaglio delle Camere, andrà ad incidere. Un paese, l’Italia, eccitato dall’idea di poter avvicinare l’occhio al buco della serratura che apre squarci sulle vite altrui. Un background intellettuale fatto di rotocalchi e quotidiani che diventano bibbie pagane sulle quali si forma l’opinione pubblica e la coscienza dell’italiano medio. Ed è stata proprio la coscienza uno dei temi dominanti della discussione: dov’è finita la cosciente etica professionale dei giornalisti, incuranti delle norme di autoregolamentazione, che pubblicano pesantissime intercettazioni come fossero innocenti oroscopi?
Seppure provenienti da punti di vista professionalmente diversi, i quattro oratori sono stati concordi nell’affermare e condannare l’assurda facilità con cui chiunque, con un giornale in mano o con un telecomando puntato sul network televisivo, può indossare la toga del giudice o dell’avvocato celebrando farseschi processi casalinghi contro gli imputati di turno. A suon di sentenze approssimative basate esclusivamente sulla lettura delle intercettazioni, si condanna o si assolve l’omicida, si perdonano o si censurano le abitudini sessuali del potente oppure si taccia di malcostume o si grazia la ragazza che utilizza il corpo per fare carriera.
Ma quali sono i limiti? Siamo davvero tutti spiati oppure stiamo, semplicemente, abusando dello strumento delle intercettazioni?Il privato cittadino che, casualmente, finisce nel giro delle telefonate scottanti deve pagare il fio ed essere sbattuto in prima pagina, oppure è necessario fare un’accurata cernita delle telefonate da pubblicare?
Con un governo che sente odore di fumuspersecutionis e con un parlamento tra i più intercettati di sempre, il dilemma italiano è quello di individuare il punto in cui alzare il muro di protezione a favore degli intercettati senza sacrificare il sacrosanto diritto all’informazione.
L’italiano ha il diritto di sapere cosa avviene nelle stanze protette del potere ma quando esercitare questo diritto significa fare a pezzi e divorare le esistenze di privati cittadini, emeriti sconosciuti e del tutto ininfluenti nella vita politica del paese, ecco che si crea un pericoloso cortocircuito.
In un’Italia in cui la vita privata del potente interessa di più della sua condotta , dei suoi reati e dei suoi crimini, il dibattito, dall’eloquente titolo “Senti chi parla”, si è concluso con l’ammissione delle difficoltà di varare una riforma che non venga percepita dai giornalisti come un bavaglio e che trovi il giusto equilibrio tra l’ossessione di voyeurismo e la protezione della privacy.
Pasquale Fanelli
foto di Daniela Benigno